Cereali: indice glicemico e varriabilità glicemica

I cereali, insieme a frutta – verdura – ortaggi – erbe aromatiche e erbe spontanee – vino ed olio di oliva, sono gli alimenti peculiari di origine vegetale della Dieta Mediterranea. Da questi si ottengono farine che a loro volta sono trasformate in pane e pasta, che entrano nei nostri menù quotidiani fina da sempre.

http://www.innercirclewomen.com/wp-content/uploads/2011/11/Glycemic-Index-Diets.jpg

Recentemente le mode alimentari hanno fuorviato la popolazione infatti secondo alcuni, cereali e derivati rimangono ottime fonti alimentari di carboidrati, fibra alimentare e phytocomposti e dunque sono importanti costituenti della dieta tanto che sono definiti la “benzina verde“. In altri invece si è scatenata una sorta di cereal fobia e i principali capi d’accusa sono: “fanno ingrassare” e/o “fanno gonfiare la pancia“! Chi invece realmente deve fare attenzione alla corretta scelta di cereali e derivati sono i diabetici per il contenuto di carboidrati; i celiaci e coloro che vivono la sensibilità al glutine per il glutine ed infine coloro che sono in sovrappeso ed obesità perchè se consumati in eccesso apportano troppe calorie …. dunque è importante conoscerli meglio…. sopratutto nella loro composizione chimica e i loro effetti sulla salute umana. Saremo così in grado di fare scelte consapevoli e salutari!

In condizioni fisiologiche, la dietetica ci insegna che i carboidrati, macronutrienti largamente rappresentati in cereali e derivati, debbono rappresentare il 50-60% delle nostre calorie giornaliere. Ma quali scegliere? Quali potrebbero essere gli effetti da controllare?….

Carboidrati semplici o complessi, glucidi o glicidi, amidi e amidacei, zuccheri semplici o zuccheri complessi, a rapido oppure a lento assorbimento; monosaccaridi, disaccaridi, polisaccaridi…. insomma la terminologia in uso non aiuta a fare chiarezza anzi sembra nata per accrescere la confusione!
Carboidrati, glucidi, zuccheri, amidi sono termini più o meno equivalenti tra loro che indentificano una famiglia di composti organici formati da carbonio, idrogeno ed ossigeno. Sono i i composti più diffusi sulla terra e nella pratica rappresentano la principale fonte di energia per tutti gli esseri viventi incluso l’uomo.
Sulla base della chimica possono essere classificati come monosaccaridi – formati da una sola molecola (glucosio, fruttosio, galattosio) – disaccaridi – ad esempio saccarosio cioè formato da due molecole (saccarosio, lattosio, trealosio) – ed infine i polisaccaridi, formati da lunghe catene di glucosio (amido, glicogeno, cellulosa). Tra questi ultimi di grande importanza è l’amido (sostanza di riserva del regno vegetale) ed il glicogeno (principale fonte forma di deposito negli animali).
Sulla base della fisiologia, invece nel 1929 McCance e Lawrence proposero la distinzione tra carboidrati disponibili (amido e zuccheri solubili) e non disponibili (cellulosa, emicellulosa, xilosio, lattulosio, stachiosio, xilitolo, mannitolo, amido resistente). Per questi ultimi ci sono delle novità infatti, dalla recente letteratura, sappiamo che ad opera della microflora intestinale i carboidrati non disponibili possono essere fermentati e dunque fornire energia anch’essi …. ma in quantità ridotta (circa 4.7 Kcal/g).

Conosciuti i dettagli chimico-fisiologici dei carboidrati ora cerchiamo di capire quali scegliere (per diabetici e celiaci) e sopratutto qual’è il loro impatto sulla salute (impatto sulla glicemia, reazioni immunitarie avverse, eccessivo apporto calorico….).

Iniziamo facendo una breve passeggiata nella storia dell’uomo …. i nostri antenati cacciatori-raccoglitori – nel Paleolitico – avevano una alimentazione basata su alimenti di origine vegetale (comprese foglie, bacche e noci) ricchi di carboidrati. Successivamente a partire da 10.000 anni fa l’uomo è diventato agricoltore ed allevatore e – dei carboidrati – l’amido è entrato pesantemente nell’alimentazione umana. Orzo, avena, segale, triticale, mais, legumi, radici amidacee, tuberi, frutta e bacche erano le piante coltivate e non, presenti nei menù. Sebbene l’alimentazione cominciasse ad essere caratterizzata da un elevato apporto di carboidrati non erano ancora evidenti gli effetti negativi. I cereali, infatti erano macinati a pietra; venivano cucinati lentamente ed inoltre tanto era il lavoro muscolare che permetteva il loro completo utilizzo. Di contro veniva esaltato il loro elevato potere saziante, venivano infatti digeriti ed assorbiti lentamente.

Nel tempo, però la tecnologia ha permesso di ottenere farine sempre più bianche e raffinate. Questo, se da un lato ha dato la possibilità di preparare un soffice pane e gradevoli dolci, dall’altro ha determinato una digestione più facile ed un veloce assorbimento dei carboidrati. Questo ha determinato l’aumento delle patologie che sono state rilevate nel 1930 da Weston Price.

Diventa sempre più necessario un indice per meglio descrivere i carboidrati ed i loro effetti sulla salute. Sarà David Jenkins ad introdurre il concetto di Indice Glicemico (IG) come un indicatore standardizzato della capacità di un carboidrato presente in un alimento di provocare un innalzamento della concentrazione di glucosio nel sangue (glicemia) (Thomas MS, 2008; Jenkins DJ et al., 1981). Alimenti ad alto IG sono tutti quelli che dopo la loro ingestione causano un brusco innalzamento della glicemia post-prandiale viceversa quelli a basso IG.

Tale parametro sembra essere però ancora incompleto e dunque Willet e Brand-Miller introdussero il concetto di Carico Glicemico. Un valore che si ottiene moltiplicando l’IG dell’alimento per la quantità reale dei carboidrati presenti nella singola porzione o dividendolo per 100 (Salmeron J et al., 1997).

L’IG è un parametro che ha permesso una nuova classificazione dei carboidrati in base alla rapidità con la quale vengono digeriti ed assimilati ed ha particolare valore per gli alimenti ricchi di amido (amidacei). L’amido è un polimero costituito da amilosio (circa il 10% ) e amilopectina (cerca il 90% ). Sulla base della loro disposizione nel granulo di amido si ha una diversa solubilità e resistenza alla digestione da parte degli enzimi salivari e pancreatici. Anche altri fattori possono incidere sulla qualità dell’amido e di conseguenza sull’IG dell’alimento. Quali?

Eccone alcuni:
- fattori costitutivi – quali ad esempio il rapporto amilosio/amilopectina (maggiore è il contenuto in amilosio più basso è l’IG pertanto il più basso IG lo hanno i legumi seguita dalle patate e dai cereali); il contenuto proteico della specie vegetale (l’IG del grano duro è più basso del grano tenero perchè a parità di amido ha un contenuto maggiore di glutine) ed infine il contenuto in fibra alimentare questa infatti è una importante barriera all’azione della amilasi.
- fattori fisico/chimici - quali ad esempio la maturazione e/o l’invecchiamento dei tuberi e frutti (la banana acerba ha un IG di 40 vs 65 dello stesso frutto maturo); la cottura in acqua perchè temperatura ed umidità permettono la gelatinizzazione dell’amido (la carota cruda ha un IG di 35 vs 85 dopo cottura) di contro la cottura a vapore o stufata ha un potere di idratazione minore e dunque ha un impatto minore sull’IG; la retrogradazione (il pane raffermo h un IG minore rispetto al fresco);
- trattamenti industriali – quali la macinazione, che incide sulla granulometria dell’amido (più le particelle di amido che si formano durante la macinazione sono sottili più è elevato l’IG dell’alimento); la molitura e produzione di farine integrali (farine integrali ottenute dalla macinazione della cariosside solo dopo decorticazione hanno una quantità di fibra magiore rispetto a quelle ottenute dopo ricostruzione con aggiunta d crusca alla semola bianca così che l’IG di prodotti ottenuti con le prime hanno un IG più basso). Infine anche le tecnologie industriali di processamento quali ad esempio l’esplosione del chicco di mais per il pop-corn, poichè aumenta la gelatinizzazione, aumenta l’IG di di circa il 15-20%.

Quali sono le applicazioni cliniche dell’IG e/o del carico glicemico? Le dieta a basso IG possono ridurre il rischio di patologie cronico-degenerative ma deve ancora essere chiarito attraverso quale meccanismo questo azione protettiva sia esplicata. Presto faremo una piccola rassegna di ciò che la comunità scientifica asserisce.

Dieta Mediterranea gluten free e disturbi glutine correlati

Dieta Mediterranea gluten free e i disturbi glutine correlati, questo il titolo della comunicazione che ho presentato al XIV Corso Nazionale.

Il macrotema individuato quest’anno per il corso era Dieta Mediterranea dalla prevenzione alla gestione in patologia e dunque mi sono perfettamente inserita cambiando un po l’ordine della parole, cioè ho declinato la Dieta Mediterranea in versione gluten free e ho girato la frase … dalla gestione in patologia – nel nostro caso i disturbi glutine correlati – alla prevenzione.

La Dieta Mediterranea il 17 novembre 2010 ha ricevuto dal Comitato Intergovernativo dell’UNESCO il riconoscimento come patrimonio culturale immateriale dell’umanità per le sue peculiarità. Siamo tutti unanimi nel sostenere la correttezza del modello alimentare proposto ma in realtà la Dieta Mediterranea è molto di più della semplice assunzione di peculiari alimenti è un approccio comportamentale. E’ infatti, una sintesi di tradizioni, conoscenze, competenze e pratiche che vanno dal paesaggio alla tavola fino ad arrivare alle culture, la raccolta, la pesca, la conservazione, la trasformazione, la preparazione ed in particolare il consumo del cibo. Riguardo a quest’ultimo aspetto c’è ancora di più, basti pensare agli aspetti legati alla convivialità, la siesta pomeridiana, l’orario ed il numero dei pasti….. Dunque, a mio avviso, piuttosto che trovare le sue radici nel termine greco daieta dovremmo trovarle piuttosto, nella locuzione latina modus vivendi, cioè un vero e proprio modo di vivere.

Oltre all’origine del termine – non greca dunque ma latina! – direi di riappropriarci, come italiani, anche dell’intuizione della validità del modello proposto. Fino ad ora, infatti abbiamo legato la Dieta Mediterranea al nome di Ancel Key che tra gli anni ’50-’60 dimostrò per la prima volta la stretta relazione tra patologia ed una certa alimentazione quale quella realizzata dai popoli del bacino del Mediterraneo. In realtà già nel 1500 un italiano – Giacomo Castelvetro – aveva pubblicato in Inghilterra un saggio dal titolo “Brieve racconto di tutte le radici, di tutte le erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano”.

In tale contesto ho inserito l’alimentazione del celiaco con le sue peculiarità! E’ infatti una Dieta Mediterranea con una precisa connotazione quella di essere gluten free. Questo non significa escludere i cereali e derivati (pane e pasta, per eccellenza!) ma piuttosto sostituirli con quelli senza glutine.

Chi si giova di questa dieta non è più solo il celiaco. Infatti da tempo sapevamo che le reazioni avverse al glutine comprendono anche l’allergia al frumento (reazione Ig-E mediata verso la frazione omega della gliadine), l’atassia da glutine (patologia neurologica) e la dermatite erpetiforme (celiachia della pelle). Dall’11 febbraio lo spettro dei disturbi glutine correlati si è ancora ampliato. La prima Consensus Conference mondiale ha delineato i contorni di un’altra entità: la sensibilità al glutine.

Casi di intolleranza al glutine in cui sia stata esclusa sia la celiachia che l’allergia al frumento, nei quali intestinale risulta pressochè normale alla biopsia intestinale, sopratutto nei quali la relazione esposizione al glutine/sintomi sia comprovata in doppio cieco – questa la sua definizione. In tutte le patologie elencate a tutt’oggi è efficace la sola terapia che prevede l’esclusione del glutine!

Eliminando il glutine si ha la scomparsa dei sintomi e la normalizzazione della mucosa intestinale così che il soggetto riacquista lo stato di salute. Se l’alimentazione realizzata dal paziente si inquadra nel modus vivendi mediterraneo, questa non rimane solo esclusivamente terapia ma diventa ottimo strumento di prevenzione. L’alimentazione mediterranea è caratterizzata da un elevato consumo di prodotti vegetali (frutta, verdura, ortaggi, erbe aromatiche e spontanee, cereali e derivati, olio di oliva, vino) che assicurano un buon apporto di phytocomposti (vitamine, minerali, composti fenolici, acidi fenolici…..) ben noti per il loro potere antiossidante. Tali composti sono in grado di contrastare l’effetto negativo dei radicali liberi garantendo così sia una corretta prevenzione verso le patologie cronico degenerative che una longevità prolungata contrastando gli effetti dell’invecchiamento, con un significativo miglioramento dello stato di salute come dimostrato dalla riduzione significativa della mortalità generale.

E’ a disposizione la mia presentazione… Buona lettura!

La celiachia per immagini!

…. la forza dell’immagine! Sto preparando la relazione per il convegno dell’ADI che ci sarà a Roma il 9-12 novembre e spulciando-rispulciando il materiale sono rimasta attratta dalle simpatiche quando mai calzanti immagini che sono state scelte per spiegare concetti gluten free!

Sappiamo che l’occhio è in grado di far arrivare meglio e più velocemente i messaggi al nostro cervello di quanto non lo sappia fare l’orecchio ed ecco allora che nel corso degli anni sono state scelte alcune icone che poi sono diventate veri e propri simboli. Vediamoli insieme…..

Per descrivere quanto mai variegate siano le manifestazione della celiachia è stato scelto il camaleonte, lo ricordate?

http://www.notonlyglutenfree.org/wp-content/uploads/2011/11/camaleonte1.jpg

Sicuramente l’immagine più storica è l’iceberg utilizzato sia per spiegare l’evoluzione della celiachia nel corso della vita di un soggetto che per spiegare le varie forme di celiachia ed infine per dare una indicazione sulla disparità tra i casi diagnosticati e i non.

http://www.notonlyglutenfree.org/wp-content/uploads/2011/11/iceberg1.jpg

Per descrivere la manifestazione tipica della dermatite erpetiforme è stato scelto il cactus.

http://www.notonlyglutenfree.org/wp-content/uploads/2011/11/cactus1.jpg

Oggi entrano due nuove immagini: le due sorrelle di Renoir e l’Hydra. Come mai? Perchè? Il panorama sta cambiando…. infatti….
Sappiamo ormai bene che il glutine – la più importante miscela proteica che si conosca che ha proprietà in grado di dare peculiari caratteristiche reologiche durante i processi produttivi – non è più il responsabile solo della celiachia ma anche di altri disordini quali l’allergia al glutine, la dermatite erpetiforme, l’atassia da glutine e quella che sicuramente oggi sta facendo più parlare di se…. la sensibilità al glutine. Quest’ultima è molto simile alla celiachia ed ecco allora il dipinto di Renoir, sapientemente scelto dal Prof. Volta, per indicare la somiglianza. La sorella maggiore è la celiachia, ben più nota, mentre la piccoliona è la sensibilità al glutine, di cui molte cose ancora dobbiamo imparare!

http://www.notonlyglutenfree.org/wp-content/uploads/2011/11/duesorelle1.jpg

Altra immagine molto suggestiva per indicare la sensibilità al glutine viene dalla mitologia: l’Hydra – il mostro a 7 teste.

http://www.notonlyglutenfree.org/wp-content/uploads/2011/11/Hydra1.jpg

Alcuni autori l’hanno rielaborata anche in questo simpatico cartoon……

http://www.sott.net/image/image/s3/60590/large/Glutenology_Epic_Battle3.png

Ottima la grafica!….. e voi cosa ne pensate?

Sorgo – un cereale antico amico della salute

Il sorgo è stato protagonista indiscusso della conferenza del 28 ottobre a Napoli dal titolo: “Research, Production and Management: Sorghum as a novel healty food“.

Come specialista in scienza dell’alimentazione (scusate la precisazione ma mi è toccato di sentire da un illustre che “nutrizionista” è un aggettivo pertanto esiste solo il tecnologo nutrizionista e il medico nutrizionista….) è toccato a me presentare gli aspetti più squisitamente nutrizionali e salutistici di questo cereale gluten free!

Il sorgo è uno dei più antichi e ben noti cereali. Più noto negli Stati Uniti, Messico, America del Sud ed Argentina come alimento per animali, oggi riscuote sempre maggior successo -circa il 50% della coltivazione – anche come materia prima per prodotti destinati al consumo umano. Rappresenta il 5° cereale più importante nel mondo insieme al grano, riso, mais ed orzo.

In alcuni Paesi, quali Africa ed Asia dove le condizioni pedoclimatiche sono particolarmente sfavorevoli all’agricoltura, il sorgo grazie alla sua caratteristica di essere una pianta a ciclo C4 e grazie alla sua capacità di ben adattarsi alla scarsità di acqua cresce bene. Rappresenta dunque una ottima fonte alimentare di calorie, proteine e minerali. Viene utilizzato sia tal quale che trasformato in farina per successive preparazione – la più nota preparazione è un pane non fermentato: l’injera (NA Mohammed et al., 2011) – oppure succhi o bevande alcoliche. L’interesse verso questo cereale è in costante aumento anche nel mondo occidentale perchè è un cereale senza glutine e come tale offre la concreta possibilità di ampliare la gamma dei cereali permessi ai soggetti che si giovano di una alimentazione gluten free!.

http://www.notonlyglutenfree.org/wp-content/uploads/2011/10/Diapositiva11.jpg

La composizione chimica del sorgo è estremamente interessante sia da un punto di vista nutrizionale che per le sue importanti ricadute sul mantenimento del buon stato di salute. In generale negli ultimi anni i cereali erano stati banditi dalle nostre tavole perchè accusati di essere responsabili dell’aumento di peso, del dismetabolismo glucidico (diabete), del gonfiore addominale…. Recentemente dalla cerealphobia si sta andando invece verso la loro beatificazione grazie alle aumentate conoscenze in campo biochimico e biomolecolare. Rimangono solo i cerealkiller, cioè le pecore nere del gruppo, che sono acerrimi nemici di chi si confronta con le reazioni avverse al glutine…. ma conoscendoli si possono evitare e star bene! Sto parlando di grano, orzo, farro, segale….

Il sorgo è un’ottima fonte di
- carboidrati – amido (20-30% amilosio e 70-80% amilopectina), fibra alimentare (circa l’86%), zuccheri solubili, cellulosa, emicellulosa e pentosani (I Lèder)
- lipidi (3%) – i principali acidi grassi sono il linoleico, oleico e palmitico (I Lèder)
- proteine – particolarmente interessanti poichè el kafirine combinandosi al momento dell’impasto con le glutamine non formano glutine (NJ de Mesa-Stonestreet et al. 2010).

Inoltre ha elevati livelli di
- minerali quali ad esempio Ca, Fe, Cl, K, Mg, P, S e molti altri (D Ng’uni et al., 2011)
- vitamine in particolare vitamine del gruppo B
- phytocomposti quali acidi fenolici; fitosteroli; flavonoidi e composti fenolici (JM Awika et al., 2004).

La sua ricchezza nutrizionale si ripercuote sulla salute infatti i buoni livelli di fibra alimentare, di antiossidanti e l’assenza di glutine gli permette di essere ottimo alleato dell’uomo nel contrastare gli effetti dei radicali liberi – dunque le patologie cronico-degenerative – e le reazioni avverse al glutine – celiachia e sensibilità al glutine.

Qui trovate la mia presentazione e tutti i dati in dettaglio.

Qualche perplessità? Si…. la digeribilità delle kafirine e le loro potenzialità tecnologiche nel sostituire il glutine; la biodisponibilità dei minerali; la presenza di tannini che giocano un ruolo negativo tanto da fare azzardare che possano essere dei fattori ANTInutrizionali…..

Credo comunque che il sorgo offra la possibilità di aumentare ancora di più la scelta dei cereali permessi e sopratutto che valga la pena cominciare a….. mettere le mani in pasta! In Texas Carol Fenster lo ha fatto! L’ho conosciuta ed ho assaggiato i suoi prodotti freschi …. i risultati sono promettenti. Io proverei :)

Documento ESPGHAN: nuove Linee Guida per la diagnosi di celiachia

Sembra un titolo di altri tempi (le precedenti Linee Guida risalgono al 1990) ed invece non è così!

Proprio oggi è stato pubblicato il pre-print del documento elaborato dell’European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition (ESPGHAN). 17 esperti – tra i quali il Prof. C. Catassi – hanno condotto una sistematica revisione della recente letteratura scientifica (anni 2004-2009) ed ora con questo documento segneranno un momento importante per l’iter diagnostico della celiachia.

ESPGHAN Guidelines for the Diagnosis of Coeliac Disease in Children and Adolescents: An Evidence-based Approach questo è il titolo dell’elaborato che porta la grande novità riguardo la biopsia del piccolo intestino. Un esame da sempre considerato fondamentale per la diagnosi di celiachia ma invasivo e perciò mal visto, sopratutto dai genitori dei pazienti più piccoli.

Ora sarà possibile fare diagnosi di celiachia senza biopsia se 4 su 5 dei criteri indicati sono presenti:
1. sintomi suggestivi di celiachia
2. autoimmunità
3. HLA predisponente
4. enteropatia celiaca
5. risposta alla dieta senza glutine.

Un’altra importante pietra miliare nella storia della celiachia! Chi ha piacere di leggere il documento può richiedermelo a questo indirizzo: lsaturni@univpm.it.

Prima recensione su Celiachia e Dieta Mediterranea gluten free

Vi avevo annunciato la presenza del libro in libreria… ora se volete farvi una idea più dettagliata potete leggere qualcosa qui!

Questa la presentazione del Prof. C. Catassi e del Prof. A. Fasano, i maggiori esperti mondiali di celiachia!

Da parte mia posso dirvi che la gioia e la soddisfazione crescono sempre di più. E’ stata una esperienza dura ma intensa…
- ho conosciuto, scoperto e/o riscoperto tante persone;
- ho vissuto e condiviso situazioni indimenticabili
- ho apprezzato atteggiamenti e comportamenti …… ma sopratutto
- ho imparato tante cose!

Allergie, intolleranze… prima stima dell’Aaito

Fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo, era questo il motto con il quale Ippocrate spiegava l’intuizione avuta sull’esistenza di un legame tra ciò che si mangia e lo stato di salute. Oggi, grazie ai numerosi studi in campo biochimico, molecolare, genetico ed epidemiologico sappiamo molto di più sulle reali correlazione tra alcuni componenti degli alimenti e le patologie cronico degenerative. In particolare molta attenzione ora c’è verso le cosidette reazione avverse al cibo: allergie ed intolleranze. Queste infatti a tutt’oggi pongono numerosi interrogativi sui meccanismi eziopatogenetici e sopratutto sono i dati epidemiologici a spaventare: il numero delle persone colpite sono in crescente aumento nella popolazione italiana e mondiale. Questo era il quadro nel 2010!

http://www.ehealthhut.com/article_images/Infant-Food-Tolerance-and-Food-allergies2.jpg

Proprio in questi giorni l’Associazione allergologi italiani territoriali e ospedalieri (Aaito) ha pubblicato su Clinical and Experimental Allergy per la prima volta la stima sistematica delle allergie alimentari. I ricercatori hanno analizzato la storia clinica di 25.000 adulti che si erano rivolti al medico pensando di avere un’allergia, ed hanno scoperto che più di mille di loro avevano realmente un’allergia alimentare.

Ecco qualche numero…..Diciassette milioni in tutta Europa. In Italia ci sono 1.500.000 adulti e 570.000 bambini che manifestano allergie alimentari con ricoveri, consumo di farmaci, diagnosi, giornate di scuola e lavoro perse in crescita costante. Queste non si manifestano solo con sintomi lievi (prurito e/o rinite), sono infatti in aumento i casi che finiscono al Pronto Soccorso per reazioni anafilattiche gravi. E ogni anno non meno di 40 persone muoiono per aver mangiato involontariamente l’alimento sbagliato, talvolta anche dopo aver preso tutte le precauzioni possibili.

E’ bene subito fare una precisazione: sempre più spesso sentiamo parlare di allergie e di intolleranze e a volte – spesso! – in modo poco corretto tanto da utilizzare i due termini come sinonimi. Seppur entrambe sono reazioni avverse al cibo hanno alla base meccanismi biomolecolari, gentici, manifestazioni (sintomi) e terapie completamente diversi. L’allergia è una reazione del sistema immunitario ad una sostanza ingerita e che riconosce come estranea (ad esempio allergia alla frutta secca, ai crostacei…). L’intolleranza è una reazione che vede il coinvolgimento del sistema immunitario ma è sopratutto dovuta all’incapacità da parte del soggetto di digerire molecole presenti in uno o più alimenti a causa della mancanza o malfunzionamento di enzimi specifici. Ad esempio chi è intollerante al latte in realtà ha un difetto di lattasi, l’enzima che scinde il lattosio – tipico zucchero del latte – nelle sue componenti di glucosio e galattosio. Qui qualche dettaglio in più!

Per aiutare medici e pazienti a fare chiarezza, poche settimane fa il National Institute of Allergy and Infectious Disease statunitense ha pubblicato Nuove Linee Guida, che dovrebbero permettere di fare chiarezza sia nella diagnosi che nella terapia e negli interventi in caso di emergenza. Altro documento molto atteso, è quello che farà chiarezza nel ginepraio di definizioni, test diagnostici, consigli, sintomi, rimedi che era emerso da una grande revisione sistematica pubblicata da qualche mese su Jama dai ricercatori dell’Università di Stanford che hanno analizzato migliaia di studi pubblicati tra il 1988 e il 2009.

A proposito di test diagnostici… non ci si deve affidare ai numerosi e stravaganti test non convalidati: i vega-test, il Dria-test, il Citotest, l’analisi del capello e quant’altro. “La loro affidabilità non è dimostrata e possono portare a errori anche gravi“, spiega Riccardo Asero, allergologo della Clinica San Carlo di Paderno Dugnano (Milano) e coordinatore dello studio Aaito: “Si devono invece fare dosaggi degli anticorpi specifici nel siero e test cutanei per le allergie, eliminazioni controllate di alimenti e test di provocazione per le intolleranze e dosaggi di altri anticorpi in caso di celiachia. Solo dopo avere accertata la vera allergia si deve cercare un rimedio e soprattutto bisogna limitare o evitare – a seconda dei casi – l’alimento incriminato“.

Fonte: L’Espresso

Celiachia ed Ipercolesterolemia

Celiachia e Ipercolesterolemia (elevati valori di colesterolo nel sangue) è un connubio che spesso si verifica dopo l’inizio della dieta gluten free poichè questa prevede il consumo di elevati quantitativi di prodotti trasformati dall’industria le cui caratteristiche nutrizionali ancora non sono ottimali. In particolrae sono sotto accusa i grassi e tra questi gli acidi grassi saturi perchè ritenuti responsabili dell’innalzamento del colesterolo circolante con conseguente associazione alle patologie cardiovascolari.

Un recente studio (Effect of a Dietary Portfolio of Cholesterol-Lowering Foods Given at 2 Levels of Intensity of Dietary Advice on Serum Lipids in Hyperlipidemia) pubblicato su JAMA ha evidenziato come in realtà una dieta che prevede l’introduzione di peculiari alimenti quali proteine della soia, frutta secca a guscio e steroli vegetali sia più efficace nell’abbassare l’ipercolestrerolemia, della dieta a basso tenore di grassi saturi. In particolare, nello studio è stato visto un abbassamento del 13.8% (-26 mg/dl) dei livelli di colesterolo LDL (col. cattivo).

Lo studio multicentrico seppur condotto su una popolazione non celiaca (351 pz.) da David J. A. Jenkins, ricercatore del St. Michael’s Hospital in collaborazione con l’Università di Toronto, ha portato ad elaborare indicazioni valide anche per i celiaci infatti ciò che viene consigliato è il consumo di soia, frutta secca a guscio e steroli vegetali, cioè tutti alimenti vegetali naturalmente privi di glutine!

Quali erano i cibi consigliati e in quali quantità? Eccoli, riportati per 1000Kcal:
0.94 g di steroli vegetali
9.8 g di fibra alimentare (da avena e psyllium)
22.5 g di proteine di soia (latte di soia, tofu, spezzatino di soia)
22.5 g di frutta secca (nocciole e mandorle).
E’ stato inoltre consigliato un discreto consumo di legumi (piselli, fagioli, lenticchie).

Alla luce di questi risultati perchè non provare ad aggiungere alla nostra alimentazione gluten free di tutti i giorni, alcuni di questi prodotti oltre che non dimenticare mai di moderare il consumo di prodotti confezionati; di scegliere leggendo sempre attentamente le etichette nutrizionali e l’elenco degli ingredienti? Io, lo farò!

… quanta caffeina…

Prendo spunto dal commento del post sulla Piramide dell’idratazione per parlare della 1,3,7 tri-metilxantina, meglio nota come caffeina, peculiare componente del caffè.

Partiamo dalla quantità espressa in mg su 30 ml (Fonte: Heckman et al., 2010):
caffè decaffeinato – 1-1.5
caffè espresso – 30-90

oppure in mg su 200 ml
caffè all’americana – 85-165
te verde – 25-42
te nero – 21-92
bevanda tipo cola – 19-23
energy drink – 60-67

http://www.gianlucagalante.it/images/teofillina_caffeina.gif

Quanta caffeina possiamo introdurre al giorno? L’assunzione di caffeina sembra non dare problemi alla salute nei soggetti adulti sani, fino a 400 mg/die. Per le donne in gravidanza si consiglia circa 300 mg/die mentre per i bambini si consiglia di non superare i 2.5 mg/Kg peso corporeo/die.

Quali sono le principali fonti di caffeina? I semi del caffè e non solo. In particolare nei semi del caffè troviamo tanti componenti quali alcaloidi, potassio, calcio, lipidi, proteine, carboidrati, cellulosa, acidi organici, sostanze volatili che impartiscono l’aroma. La caffeina rappresenta il 1.3% e il 2.4% di materia secca per il tipo arabica e robusta, rispettivamente. Tra gli altri semi ricordiamo quelli di cola, di guaranà e di the pertanto la principale fonte di caffeina non è solo la tazzina di caffè ma anche le bevande nervine (ad esempio il te) e le bevande appositamente studiate per gli sportivi.

Quali sono gli effetti della caffeina? Gli effetti sono sull’apparato cardiovascolare (innalzamento della pressione arteriosa – Riksen et al., 2009), sul sistema nervoso centrale, sul metabolismo energetico e su quello lipidico. Inoltre la caffeina sembra avere effetti diuretici anche se il suo consumo fino a 500 mg/die non causa deidratazione (Armstrong, 2005).

ATTENZIONE: E’ importante notare comunque che non esiste un esatto quantitativo ed un effetto universale poichè molto dipende dal peso corporeo e dalla sensibilità individuale alla caffeina (Higdon and Frey, 2006). Inoltre non è la caffeina del caffè che può rappresentare un fattore di rischio quanto piuttosto l’aggiunta di zucchero, creme, alcolici …. che fanno aumentare la densità energetica della bevanda. Pertanto attenzione a non abusare!